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domenica 20 gennaio 2008

Film da vedere: Lola corre

Lola corre è un film del 1998, secondo lungometraggio di Tom Tykwer presentato - con discreta accoglienza - alla Mostra del Cinema di Venezia dello stesso anno.

Trama [modifica]
Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell'opera.
Il film è la storia di Lola, giovane berlinese che attraversa la città in cerca di centomila marchi: il suo ragazzo Manni, infatti, si è messo nei guai con Ronnie, un losco figuro per il quale lavora, e ha soltanto venti minuti per recuperare la somma. Lola corre lungo le strade di Berlino per raggiungere il padre nel suo ufficio della Deutsche Transfer Banke: ma sul suo percorso si intrecceranno personaggi ed eventi imprevisti fino al finale tragico. Sarà così che Lola, che giace sulla strada colpita da un proiettile, dirà con un filo di voce: "Non voglio andarmene". La storia ricomincia, Lola riprende la sua folle corsa e ritrova i personaggi e le situazioni della prima storia: ma con uno scarto di qualche frazione di secondo che è sufficiente a dare alla vicenda uno svolgimento del tutto differente. Le due storie si divaricano sempre più, fino al secondo finale, altrettanto tragico anche se a perdere la vita questa volta è Manni. Al secondo game over la vicenda riprende dall'inizio, verso una direzione ancora una volta alternativa, che stavolta è coronata dal lieto fine.
Non la storia di Lola e Manni, dunque, ma la storia di come le vite possono prendere direzioni diverse e incredibili, una storia sul caso, sulla possibilità, sulla necessità. Anche la molteplicità di linguaggi cinematografici e l'accostamento ardito di tecniche (dal 35 mm al video, dal cartoon al videoclip al videogame), contribuiscono alla costruzione di un'opera multiversa che gioca con i linguaggi così come con il tempo.
Assimilabile per alcuni versi al quasi contemporaneo Sliding Doors, ma più radicale nel giocare con la coesistenza di mondi possibili, ebbe dall'inizio un successo piuttosto tiepido, ma, salutato all'epoca come l'inizio di una nuova età del cinema tedesco, resta oggetto di un piccolo culto.

Curiosità [modifica]
È stato anche citato in un episodio della famiglia I Simpson dove la figlia Lisa corre come Lola e con lo stesso sottofondo musicale del film e le vite dei personaggi si intrecciano più volte.

mercoledì 9 gennaio 2008

Lo scafandro e la farfalla

"Mi sveglio e sono tutti intorno a me, i medici mi dicono che sono stato venti giorni in coma. Ho una sindrome che si chiama «locked-in»: sono chiuso dentro a un corpo che non risponde come dentro a uno scafandro. Sono nella stanza di un ospedale: appesi alle pareti i disegni dei miei figli, le fotografie delle persone che mi vogliono bene, le cartoline degli amici. Un giorno mi mettono su una sedia a rotelle e mi portano su un grande terrazzo: sono nell’ospedale di una città marittima che si chiama Berck. Poco alla volta ricordo cosa è successo: era l’8 dicembre 1995, ero stato a prendere mio figlio grande in campagna e mentre guidavo per tornare in città mi sono sentito male. Mi hanno portato qui. Muovo soltanto la palpebra sinistra e comunico con quella: un battito per dire sì, due per dire no. E se mi recitano l’alfabeto e io chiudo la palpebra in corrispondenza di una lettera, riesco a dire delle parole e anche delle frasi. Non camminerò più, non mi muoverò più, non mangerò più. Ma ricordo tutto benissimo. I sapori, gli odori, le persone che ho amato e i posti che ho visto. I bambini vengono a trovarmi, asciugano con un fazzoletto il filo di bava che mi esce dalla bocca, mi spingono la sedia a rotelle sul terrazzo. Un giorno mi vedo riflesso in una vetrina: sono così brutto che mi viene da ridere. Ho un occhio chiuso e uno spalancato, la bocca storta, il collo piegato. Gli amici mi telefonano e mi scrivono. Io sento tutto, e con l’unico occhio aperto leggo da solo se mi tengono il foglio aperto davanti. Ero un giornalista conosciuto, avevo un bel lavoro, una bella famiglia. Ero un po’ collerico e avevo una passione per i libri e per la buona tavola. Adesso sono un vegetale: qualcuno ora mi chiama così. Io preferisco definirmi un mutante."
Il film di Julian Schnabel Lo scafandro e la farfalla è tratto dal libro scritto col battito della palpebra sinistra da Jean-Dominique Bauby, il caporedattore di Elle France che fu colpito da un ictus a quarantaquattro anni. È girato in soggettiva: vedi il mondo dalla prospettiva di Jean-Do, sei lui. Sei tu in quel letto d’ospedale con i tubi delle sonde che ti escono da ogni parte del corpo, sei tu che imprechi mentalmente perché un infermiere ti ha spento la televisione nel bel mezzo della partita, sei tu mentre ti fanno il bagno una volta alla settimana e un po’ godi un po’ ti vergogni.
Bisognerebbe vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo...